"SMG AMMIRAGLIO MILLO"
di Gabriele Paparo
Questo tipo di immersioni non iniziano quando si mette la testa sott’acqua, ne quando si inizia a preparare l’attrezzatura, bensì la sera prima quando, poggiando la testa sul cuscino, non si prende immediatamente sonno ma si inizia a pensare a tutte le procedure da seguire ed agli eventuali imprevisti che possono verificarsi e si cerca di realizzare l’immensa emozione che il giorno dopo si proverà nel visitare un relitto con una storia cosi importante che in pochi hanno ancora visitato.
Di certo non si tratta di una immersione estremamente impegnativa, ma comunque caratterizzata dal forte impatto emozionale trattandosi dell’esplorazione di un Sommergibile della Regia Marina affondato il 14 marzo 1942 da due dei quattro siluri lanciato mentre navigava in emersione al rientro da una missione. L’attacco sferrato dal sommergibile inglese Ultimatum che per pura casualità si trovava da quelle parti fu terribile, il battello impiego poco tempo ad affondare, su 71 uomini di equipaggio si salvarono soltanto coloro che in quel momento erano usciti, chi per prendere una boccata d’aria, chi per fumare una sigaretta. L’inaspettato evento causò il repentino affondamento del sommergibile che trascinò con sé un totale di 57 anime, persone quelle che condividevano come me un mestiere che è pura espressione dell’amore per il mare.
Siamo a Soverato, in Calabria. Ho la fortuna di trovarmi ospite del mio grande amico e istruttore subacqueo Gabriele PAPARO. Il Sommergibile è stata una scoperta più che meritata di Paolo PALLADINO, un appassionato e preparato subacqueo che dopo numerosi anni di ricerche pratiche e teoriche condotte con l’aiuto di Gabry, è riuscito a scovare il relitto dello scafo affondato sulla costa calabra di cui tanto parlavano i documenti storici consultati da entrambi ma che nessuno era, sino ad allora, riuscito ad individuare. Tutte le giornate invernali trascorse sulla barca, tutti i tuffi a vuoto, tutte le ricerche finalmente si erano concretizzate in una grande scoperta.

Finalmente mi addormento, non faccio in tempo a chiudere gli occhi che già la sveglia squilla. E’ l’alba, in fretta facciamo colazione e ci incamminiamo per incontrare gli altri membri del team. Il briefing vero è proprio era già stato fatto il giorno prima, era giunto il momento di caricare l’attrezzatura e controllare per l’ultima volta le miscele. Io ho un bibo 12+12 con un trimix ipossico e due fasi con EAN 40 ed EAN 80 per la deco e per la fase di discesa, Gabry invece era già pronto con il suo rebreather Inspiration con elettronica Vision ed i relativi bail out.
Finalmente arrivamo con l’imbarcazione nelle vicinanze del punto, ma eccola li in agguato, la sfiga ha voluto che il GPS portatile, alimentato a da batterie, si scaricasse. Qui viene il bello, Paolo senza demoralizzarsi prende in mano la situazione, con la stessa perizia di un marinaio di un tempo, guardando verso terra e traguardando dei punti cospicui, ci fa gettare l’ancora. “Sono sicuro, l’Ammiraglio Millo è qui sotto” ,queste sono state le sue parole. La sicurezza con cui lo ha detto non ci ha fatto sorgere il minimo dubbio. Gabry e Andrè, tutti e due con lo stesso rebreathers, non avendo problemi di run time, scendono per primi. A seguire noi con il circuito aperto. Iniziamo la discesa guidata dalla cima dell’ancora, la visibilità non è ottima e la corrente si inizia a far sentire. Ad un certo punto si scorge una sagoma, è Lui, Paolo aveva ragione, il sommergibile era proprio sotto di noi! Lo scafo è inclinato sul lato sinistro, iniziamo a visitare la parte prodiera che arriva sino a quota -74 poi risaliamo un pò per visitare la fiancata dritta e li scorgiamo una falla abbastanza importante, sicuramente provocata dall’impatto con i siluri. Risaliamo quella che prima era la coperta, e notiamo che i rimaneti listelli di tek sono ancora ben conservati, poi scorgiamo il cannoncino 100/47 e poi la vela sulla quale vi è una delle mitragliatrici da 13.2 mm. Sbrirciando notiamo che il carruggietto della vela è ancora aperto, a conferma del fatto che il sommergibile navigava in emersione. Purtroppo i miei minuti correvano, il circuito aperto mi permetteva di rimanere, in quella configurazione, soltanto 17 minuti. Proseguo qualche altro minuto verso la poppa, ma poi vedendo che il tempo era giunto al termine, con il run time di 17 minuti, faccio segno a Gabry (che di minuti ne aveva fatti il doppio), e iniziamo la risalita nel blue. Dopo le prime brevi tappe profonde iniziamo a intravedere la stazione de compressiva che era stata sistemata dall’imbarcazione, un sospiro di sollievo nel vederla agghindata da tante bombole che, non si sa mai, sarebbero potute risultare utili. Ultimata la deco, son un totale di 96 minuti, sono risalito in barca senza parola ma con il cuore pieno. In un rispettoso silenzio pensavo alle 57 persone che ancora si trovavano li, e che avevano dato la vita per dei valori che condivido.
La particolare esperienza che mi ha coinvolto ha contribuito a rafforzare l’amicizia che era da subito nata con i membri della spedizione. Ma terminato il periodo a Soverato, sono tornato nella mia città natale per ultimare lì le vacanze estive. Dopo pochi giorni Paolo mi ha contattato nuovamente proponendomi la partecipazione ad una cerimonia commemorativa per i caduti per la quale, giustamente, voleva interessare la Marina Militare. Mi sono subito attivato al fine di informare gli organi competenti. La Marina Militare sempre sensibile a questo tipo di eventi non ha impiegato molto a concedermi il privilegio di partecipare alla cerimonia. Eccomi di nuovo in auto ad affrontare un viaggio verso Soverato. Arrivo appena in tempo per una doccia e per indossare l’uniforme. Al cospetto di alcune televisioni locali e satellitari viene celebrata una cerimonia dai rappresentanti di tre religioni diverse, due dei quali nipoti di una vittima dell’affondamento. Al termine della lettura della Preghiera del Marinaio, uno dei presenti si è fatto avanti dirigendo verso l’altare, perché un sacerdote gli benedicesse una fede. Soltanto qualche minuto dopo, ascoltando il suo racconto, ci siamo resi conto che era il figlio di uno dei caduti. Della sua toccante narrazione mi ha colpito la parte in cui descriveva l’ultima volta che aveva visto il padre, all’età di 5 anni, in procinto a partire per la missione a Malta con il sommergibile. Quindi, avvicinandosi a noi, consegna la fede consacrata a Paolo chiedendogli, ad alta voce, di gettarla dentro il portellone ancora aperto, con una frase del seguente tenore letterale: “Gettala lì dentro per favore, perché, sono sicuro, mio padre si trova ancora lì”. Queste parole hanno provocato un’emozione fortissima a me e a tutta la platea. Terminata la cerimonia, dopo i saluti e le opportune formalità, riflettevo sulla fortuna e sul privilegio che avevo avuto, nel vivere un’ esperienza cosi bella e particolare, un bagaglio che di certo mi accompagnerà per tutta la vita.
UMBERTO VEGNA